memorie di guerra di Francesco Formigari

Lettere

Dal fronte, marzo-luglio 1916

Dal Diario di guerra, 29 marzo 1916-20 giugno 1918

 

1. Testo consecutivo su più cartoline, 27 marzo-15 maggio 1916

Cari Formigari, ecco la prima puntata del mio diario di guerra.

27 marzo 1916. Arrivo a Cormons dove assisto a un combattimento fra un aeroplano austriaco e i nostri aerei. Come sia andata a finire non si sa [l'aereo fu abbattuto, nota del webeditor]. Pranzo. Incontro con un collega che à studiato al Minghetti; risate sul prof. Monti. Siamo fuori del tiro della fucileria ma non di quello dell'artiglieria nemica; tanto che il paese è tutto diroccato e in certi punti non è che un cumulo di macerie. Comicissimo viaggio da Cormons a M[ariano] in una carretta tirata da un mulo matto chiamato Mitraglia. Grande allegria in paese dove non sono naturalmente che soldati del [parola illegibile]. Nel fondo si vede benissimo il S[an] M[ichele] che tuona continuamente, specialmente questa sera. I razzi scoppiano a tratti costituendo un magnifico spettacolo. Il riflettore di G[orizia] apre il suo occhio abbagliante su di noi. Siamo alloggiati, io e un collega, in una soffitta con una finestretta da cui si vede tutto ciò benissimo. Nella notte la casa - una catapecchia di contadini - trema dalle fondamenta per le cannonate. Tutto ciò mi riempie di gioia. Quanto al mangiare si sta benissimo: si mangia da porci e si sta allegri.

28 marzo 1916. Nel mattino niente di nuovo. Posso ammirare gli splendidi soldati del mio reggimento che son gente solida e prode. Al pomeriggio tre ore di istruzione; per modo di dire, però, perché potete figurarvi con qual voglia gente che combatte da gente, dico, che da dieci mesi si batte sul S[an] M[ichele] figuriamoci con qual voglia può fare uno-due, uno-due. Due giorni fa è successo poi che dalle loro posizioni gli austriaci ànno visto questi soldati manovranti e ànno tirato dodici granate una dietro l'altra sul luogo; nessuno però è rimasto ferito. Nel pomeriggio mi ànno passato lo stipendio (cosa molto confortante) dalla data di pubblicazione del bollettino; ò percepito così circa 155 lire. Tutto va bene, salute ottima.

29 marzo 1916. Mi sono svegliato per tempo, un raggio di sole entrava per le imposte socchiuse; fuori cantavano gli augelletti (!) ecc. ecc.; sembrava impossibile di essere in guerra e proprio dinanzi a G[orizia]. Il S[an] M[ichele] aveva l'aspetto di un bel colle che offra una piacevole villeggiatura; e così le altre alture del formidabile campo trince rato. In compenso questa sera la scena è completamente mutata. Sono di ronda; fino a mezzanotte percorro con due carabinieri e due soldati il paese avvolto nel buio. Proietto a tratti la luce della mia lampada elettrica sui passanti. I ruderi delle case sventrate si protendono verso il cielo come ombre desolate. In fondo, sul P[iave] romba incessantemente il cannone; d'un tratto scroscia una fucileria lontana, s'allarga, s'avvicina, diminuisce, si spegne. Quando il cannone tuona con maggior frequenza i razzi austriaci si alzano nel cielo come occhi inquieti. Il riflettore di G[orizia] lancia attraverso il cielo il suo fascio luminoso; un altro s'allunga verso B[?]. Dall'altra parte sono i nostri che scrutano il cielo. In questi giorni c'è stata una notevole attività dei velivoli nemici che ànno preso però una bella paga. Appena ne appare uno, da tutti i punti dell'orizzonte tuonano i nostri anti-aerei. All'estremità del paese sento un rombo; passa a gran velocità una nostra automobile blindata con le sue tre mitragliatrici protese e il fanale a luce intermittente che ci abbaglia. Passa, scompare. Finisco la ronda, me ne vado a letto, mi addormento pacificamente pensando che questa che faccio è una vita assai divertente.

29 marzo 1916. La sveglia mi è data dai nostri grossi pezzi da [parola illegibile] piazzati a poca distanza dal paese dove siamo accantonati. ll colpo fa tremare tutte queste catapecchie come se ci fosse il terremoto; poi si sente il rombo del proiettile in viaggio che passa sulle nostre teste; infine uno scoppio lontano: sordo. È arrivato; occhio a chi tocca.
Cerco di sapere cosa faranno del mio reggimento; nessuno lo sa. A proposito di questa faccenda dovrei dire qualche cosa d'interessante, ma siccome la censura me lo cancellerebbe tant'è che me ne risparmio la fatica.

4 aprile 1916. Avrei ancora qualcosa da dire sul mio soggiorno a M[ariano]; ma siccome sono ormai arretrato col diario e più importanti cose sono da dirsi, riprenderò il racconto da quando abbandonammo il paese per raggiungere i trinceramenti di Cima 3 sul M[onte] S[anmichele]. Abbandonammo il paese nella notte dal 2 al 3 aprile, nella scurita per non essere battuti dal fuoco delle artiglierie nemiche. Alla mia compagnia la 7a; io comando il 4° plotone era stata affidata la bandiera del reggimento. Gravi avvenimenti si erano svolti il giorno prima in paese, ai quali io pure avevo preso parte; ma su ciò mi è impossibile dare notizie. Nel cuor della notte giungemmo sull'I[sonzo], dinanzi a G[orizia], ivi passammo il fiume su uno splendido ponte in ferro distrutto dagli austriaci e riattato alla meglio dai nostri. Costeggiammo per circa due ore l'I[sonzo] splendido fiume che in certi punti supera in larghezza il Po; putroppo la sua bellezza è turbata dai ruderi dei paesi, un giorno fiorenti, che lo costeggiano, e dai numerosi cimiteri disposti lungo le sue rive. Oltrepassato il ponte cominciano a sibilare le pallottole perdute delle vedette. Un soldato del carreggio è lievemente ferito. Niente, avanti. Comincia l'ascesa al S[an] M[ichele] per una via scavata nella roccia, più difficile delle vie dell'inferno come le à disegnate il Doré. Poi cominciano i camminamenti fiancheggiati da sacchetti di terra; si va quasi carponi, pieni di sonno e stanchi morti, mentre le pallottole miagolano simpaticamente sulle nostre teste. Finalmente giungiamo alla trincea; i soldati ai quali noi diamo il cambio sfilano silenziosamente accanto a noi cedendoci il posto. Tutto è fatto. Giungo dinanzi a una tana che è un ricovero per ufficiali; l'aspirante che vi trovo mi cede il posto e se ne va. Mi caccio dentro e m'addormento come un masso. Sono le quattro del mattino. All'alba do un'occhiata ai luoghi. Il mio ricovero mi fa migliore impressione; è una grotticella quadrata e scavata nella terra e ricoperta di lamiera e sacchetti. Se non vi piomba addosso qualche proiettile di grosso calibro (cosa assai improbabile), sono al sicuro. Anche la trincea è profonda e solida; sembra impossibile che i nostri soldati abbiano potuto costruirla sotto il fuoco infernale delle artiglierie che rugge sulla nostra testa. Si sentono tutti i calibri; dal minuscolo proiettile da 37 mm. al mostruoso 305 che passa come un treno diretto e scoppia lontano con un fragore assordante. Di là dalla trincea è un poggio verde, tutto coperto di macerie, dove giace un cadavere austriaco; più lungi si stende incantevole tutta la valle dell'I[sonzo] con l'agognata G[orizia] che, vista al binocolo sembra che si possa toccare. E invece!

2. Cartolina fuori della serie

4 aprile 1916.. Cara famigliola, sono costretto a interrompere il mio diario, perché, essendo finito il riposo del mio reggimento, siamo stati mandati a cima 3 di M[onte] S[an]M[ichele]. Tranquillizzatevi, però, sono in forti trinceramenti, al riparo dai colpi; ed assalti pare non ce ne siano. Io come ufficiale ò un ricovero sotterraneo con una stuoia e una coperta; sto benissimo. Come è che da quando son partito non ò ancora ricevuto vostre notizie? Fra una ventina di giorni torneremo al riposo, di tal durata essendo i turni che fanno i reggimenti in prima linea. Sperate e ciao. Checco.”.

3. Continuazione della serie

5 aprile 1916.. Questa notte abbiamo avuto un'azione dimostrativa da parte degli austriaci, per tenerci fermi mentre attaccavano un reggimento che è alla nostra destra. Dormivo saporitamente quando, verso le due, la fucileria, che intermittente dura tutta la notte, divenne più nutrita ed è presto accompagnata da numerosi colpi d'artiglieria. Il mio bravo attendente, che dorme con me nel mio ricovero, grida: Signor Tenente, allarmi. Io salto su, afferro la pistola e mi getto fuori per vedere cosa stava per succedere; siccome poi io comando i rincalzi avverto i soldati di tenersi pronti e attendo. Dopo cinque minuti il fuoco scema d'intensità e ridiventa il fuoco normale di tutte le notti. Torno a dormire. Questa mattina apprendo che i soldati dell'altro reggimento ànno facilmente respinto il nemico, senza subire perdite; uno dei nostri, balzato fuori della trincea, ha ucciso un ufficiale austriaco che è stato sepolto a S.

6 aprile 1916. Niente di nuovo. Ma immagino che voi avrete cento curiosità sulla vita che faccio; cercherò dunque di rispondere alle domande che mi rivolgereste al riguardo.

6 aprile 1916. Niente di nuovo. Ma immagino che voi avrete cento curiosità sulla vita che faccio; cercherò dunque di rispondere alle domande che mi rivolgereste al riguardo.

  1. Domanda: come stai? Salute ottima. Nonostante stia in una buca umida tappezzata di funghi enormi, non ho preso nemmeno il raffreddore. Ho un bel cappottone grigio-verde che indosso durante la notte; del resto il clima è così dolce che non ò bisogno del mio corredo di lana. Ho messo la corazza; mi è stato dato anche un elmetto; di questo però i soldati hanno una così scarsa fiducia che ci cacano dentro.
  2. Domanda: come sono i tuoi soldati? Sono per lo più gente anziana da lunghi mesi in guerra: però in fondo in fondo l'allegria non la perdono mai, tanto vero che non facciamo che schiamazzare per le trincee. Invece dalle trincee austriache non sale il minimo rumore, sembrano trincee di morti. Anzi quando qualcuno di noi alza un po' troppo la voce, una pallottola fischia subito sulle nostre teste ammonendoci di farla finita.

7 aprile 1916. Niente di nuovo. Continuo la serie delle ipotetiche domande che immagino mi rivolgiate.

  1. Come sono regolati i turni di trincea e di riposo? Sono di una ventina di giorni ciascuno. Di questo turno passeremo 7 giorni qui a Cima 3; 7 ne passeremo ai ricoveri; e altri 7 di nuovo a S[an] M[ichele] al cosidetto Costone Viola. Finiti i quali torneremo a M[ariano] a passarvi il turno di riposo. Quanto al famoso riposo di due o tre mesi del mio reggimento, c'è chi dice che verrà, c'è chi dice che no; insomma non se ne sa niente.
  2. Chi è il tuo attendente? È un bravo giovanotto della campagna Romana, di nome Nazareno. Fa il suo dovere e sono contento di lui. D'altronde dormiamo nella stessa tana e siamo quasi affratellati.
  3. Come mangi? Abbastanza bene. La mensa mi è portata su, la mattina, dal mio attendente, in otto cartocci chiusi in un sacchetto di tela; parecchie pietanze, mezzo fiasco di vino, frutta, formaggio, caffè. Peccato che tutto sia freddo, brodo non se ne veda, e nei cartoccetti sia una confusione fenomenale; oggi per esempio ho trovato maccheroni, patate e broccoli mescolati insieme. Ma qui non si va tanto per il sottile.

8 aprile 1916. Questa notte alle 3 ricevo ordine di ispezionare le vedette. Dormivo alla grossa, naturalmente. M'ingabbano ben bene, metto l'elmo di Pipio che ò foderato col passamontagna ed esco. Nella notte serena splendevano le stelle, le medesime stelle che si vedono a Roma. Ma sulle oscure fosse sibilava la rabbia dei proiettili austriaci; la brezzolina notturna portava a tratti il fetore dei cadaveri insepolti. Anche gli uomini, giacenti nel fondo dei camminamenti, sembravano morti. È pesto, ispeziono le vedette incappucciate accanto alle feritoie, porto le novità al comandante della compagnia e ubriaco di sonno me ne torno nella mia tana. Oggi, nel pomeriggio, gli austriaci ci ànno bombardato con bombe incendiarie. Noi correvamo a spegnere i piccoli incendi con bidoni d'acqua e sacchi di terra. Un cadavere incastrato nella trincea emanando gas ammoniacali e altre putredini, à preso fuoco. Spettacolo impressionante, che ricorda le torce umane di neroniana memoria. Ce la caviamo con pochi danni e qualche ferito. Poco dopo riceviamo la gradita notizia che questa sera, compiendosi il 5° giorno di trincea, riceveremo il cambio e passeremo altri 5 giorni ai ricoveri sottostanti. Poi faremo altri 5 giorni in linea, e quindi torneremo a M[ariano] a far la Pasqua in pace.

10 aprile 1916. Sono ai ricoveri e dormo su una specie di branda. Finalmente posso cavarmi le scarpe. Questa mattina arrivano i prigionieri austriaci, anzi ungheresi, perché il paterno governo di Cecco Beppo non si fida di mandar qui altre truppe che non resisterebbero. Due sono feriti, l'altro, un sergente, è incolume. Per mezzo di un interprete lo interroghiamo. Era una pattuglia che veniva con la pia intenzione di gettare delle bombe dentro da noi. Ma mezzi sono stati accoppati e mezzi sono stati presi.

11 aprile 1916. Niente di nuovo, tranne qualche piccolo combattimento a shrapnels. Ci diamo alla costruzione di baracche con gran soddisfazione mia e, immagino, invidia di papà che è quello dell'uomo selvaggio. Ricevo or ora la vostra 3a lettera. Vi prego di modificare il mio indirizzo così: 130o fanteria, 7a compagnia. Quanto alla scappata a Udine, ho già pensato che ci potremmo trovare per lo meno a Cormons, dove giunge il treno. Io porterei dalla mensa un pranzetto freddo e lo consumeremmo insieme; papà poi mi potrebbe portare la divisa che indosserei a [parola illegibile] (senza sciabola, beninteso). Ma non facciamo i conti senza l'oste; se tutto andrà bene, sarò sempre in tempo a dare un appuntamento telegraficamente. Sperate e tenete, come io lo tengo nonostante tutto, alto il morale pensando che dinanzi al compito che io devo assolvere tutto è secondario, anche la vita. Colleghi di Modena nella compagnia non ne ò; ma, sia in trincea che qui, faccio di tanto in tanto dei viaggetti per andarli a trovare. Ho avuto poi la fortuna che il comandante della mia compagnia è un sottotenente, il che è un gran vantaggio. Scrivete pure spessissimo che mi farete piacere. Gina si compiace della vita che sto facendo: se poi potessi raccontare! Roba da pazzi. Ciaissimo a tutti.

12 aprile 1916. Oggi sono andato col maggiore del mio battaglione a visitare le trincee dei bersaglieri alla nostra sinistra. Ho percorso per un tratto la linea ferroviaria che da una parte va a G[orizia] e dall'altra a I[?]. Che devastazione! Rotaie accartocciate, traverse frantumate, cavalcavia crollati, tutti i pali telegrafici mozzi, le scarpate franate dalle granate; il paese di P[?] è ridotto a un mucchiolino di sassi. Si pensa al tempo in cui il treno vi passava allegramente, con i viaggiatori ai finestrini, guardando con indifferenza questo S. M. divenuto ora così tragico. Speriamo che il prossimo treno sia F[errovie dello] S[tato]. Allora farete anche voi un viaggetto e vedrete...

4. Cartolina fuori della serie

13 aprile 1916.. Miei cari, ricevo con questa un'altra lettera vostra in cui lamentate mancanza di miei scritti. Credete pure che io scrivo tutti i giorni, e più d'una cartolina; il ritardo è tutto dovuto alla posta che deve sbrigare un servizio enorme, dato che ogni soldato imposta in media mezza dozzina di lettere al giorno. Non c'è quindi che pazientare, cosa dolorosa, capisco; ma di cui io non ò, dovete crederlo, nessuna responsabilità. L'amico Reggio mi fa sapere che a novembre, quando fu portato in trincea per la prima volta, subì una crisi nervosa per cui gli fu dato un periodo di 4 mesi di convalescenza; ora scadono, ma, probabilmente, o lo metteranno in un ufficio o lo manderanno senz'altro in congedo illimitato. Quanto alla crocetta, è pur forza che io la metta, e grossa anche, dal momento che ò anche assistito a una di quelle scene che papà amava dipingere a proposito dell'imperatore Massimiliano. E il pensiero che c'è il caso che succeda ancora mi preoccupa più degli austriaci! Per fortuna i soldati mi vogliono bene e non c'è pericolo per me. Ma per l'Italia? Speriamo, speriamo, speriamo.
[Mittente] Francesco Formigari. Aspirante Sottotenente. 130° fanteria. 7a Compagnia.

5. Continuazione della serie

15 aprile 1916. Sono nuovamente in trincea, al cosidetto Costone Viola. Per ora tutto bene. È stata fatta la proposta per il mio avanzamento a sottotenente, proposta in cui si dice fra l'altro che ho dato! Non spaventatevi però, perché quando c'è qualche impresa arrischiata sono prudente pensando a voi, se no mi verrebbe voglia di fare qualche pazzia davvero. Fra tre giorni avremo il cambio; ma forse non torneremo a M[ariano], certo non staremo in linea. Salute eccellente; fame e allegria.

16 aprile 1916. Un altro giorno è passato. Ma che noia! Vi pregherei di mandarmi qualche libro, per esempio: Poesie di Carducci 1° volume delle Laudi di D'Annunzio-Nietsche, Al di là del bene e del male (Ediz. Laterza). Denari ne ho d'avanzo; ve li manderò appena sarò sceso o meglio li darò a papà se lo vedrò. Così lui stesso potrà portarmi questi libri. Ieri e stanotte, grandi emozioni; fra shrapnels, bombe e granate mi meraviglio di avere ancora la capoccia sulle spalle. Sono stato salvo per miracolo quattro volte di seguito. Avanti Savoia! Ancora due giorni e questo turno sarà felicemente terminato. Il comandante della mia compagnia mi à annunziato di avermi dato il massimo dei voti per la mia promozione a sottotenente; la quale promozione verrà verso la fine del mese. Spero di mandarvi qualche mia fotografia di trincea.
Adesso sarete curiosi di sapere queste peripezie delle ultime 48 ore. Dunque: Mentre passavo per un camminamento per raggiungere il Comando gli Austriaci, che sono più in alto, mi ànno visto e mi ànno tirato 3 shrapnels alla distanza di 10 metri uno dall'altro. Mi sono scoppiati sopra mozzando certi alberelli che costeggiavano il camminamento, io mi sono salvato gettandomi a terra durante lo scoppio e poi correndo a scapicollo giù per la china. Ritorno e mi metto a mangiare in un ricovero con altri due colleghi; ma siccome facevamo un fracasso da Bal Tabarin, quei fetenti ci hanno voluto fare un regalo dei loro. D'un tratto si sente una spaventosa detonazione; la candela si spegne, e il ricovero si riempie di un fumo pestilenziale. Ci avevano tirato una bomba sull'uscio, quei maleducati! Noi naturalmente, appena riavuti dall'intontimento ci gettammo fuori; mentre scappo, io sento dei gemiti lì vicino; era un caporal maggiore rovesciato a terra con la mascella sfasciata; niente di grave, del resto. Mando un sergente a chiamare i portaferiti; intanto un altro soldato, preso dallo spavento, benché incolume, se la dava a gambe zompando per il camminamento come un fantasma! Poi, alla notte, sono venute sotto a noi parecchie pattuglie nemiche che abbiamo disperso a fucilate, quasi ammazziamo uno dei nostri che ci pareva un austriaco. Oggi giornata perfettamente calma, in compenso.

17 aprile 1916. Niente di nuovo.

18 aprile 1916. Il turno di trincea è perfettamente terminato, siamo sulla via del ritorno. Il cambio delle truppe si è effettuato sotto una pioggia dirotta; inoltre gli Austriaci si sono accorti di qualche movimento e ci ànno inviato immediatamente mezza dozzina di granatine al selz, maledettamente aggiustate. C'è stato un mo// mento in cui me la son vista brutta davvero. Però tutto è andato bene, ed eccoci ai ricoveri di C[?] per proseguire domani sera sino a M[ariano] ma in quale stato! Da quindici giorni non mi lavo la faccia, non mi son levato le scarpe, ò dormito quasi sempre per terra, ò mangiato con le dita, per non dire coi diti; la pioggia di questa sera mi ha coperto fino alla cintola della rossa terra del S[an] M[ichele]. Mi raccomando ancora di tenere pronta la diagonale alla quale farete mettere le mostrine della Brigata, le stellette se mancano; così potete pure applicare il filetto grigio al berretto e sostituire le stellette nere delle controspalline con altre d'argento. Anche mi raccomando i tre libri che vi ò richiesto.

21 aprile 1916. Eccoci nuovamente a riposo, sembra per una ventina di giorni. Oggi telegrafo a papà dandogli un appuntamento a Cormons; spero di avere un permesso per Udine, così vi passeremo qualche ora insieme. Mi piacerebbe vedervi tutti: ma vi conviene sprecare un biglietto? E poi non sono sicuro di ottenere questo permesso quindi... Intanto vi auguro buona pasqua e vi incarico di augurarla per me anche a tutti i parenti; io non posso farlo perché di parecchi non conosco neanche l'indirizzo. A papà darò 150 lire che ò d'avanzo; deducete vi le spese per i libri e quello che vi occorre; il resto lo mettete alla posta.

24 aprile 1916. Ho passato bene la Pasqua. Ricevo regolarmente le vostre lettere; i giornali li leggo tutti i giorni perché vengono con a mensa.

1 maggio 1916. Siamo tornati a Mariano dove staremo ancora, spero, sette od otto giorni. Oggi vi spedisco un vaglia di lire 100 per completare la somma che vi ò detto che vi avrei mandata. Scriverò a lungo presto benché non abbia niente da dirvi; questa mattina non ho voglia di farlo, perciò riempio la Cartolina con un ghirigoro, così 5 maggio 1916. Direte che vi ho trascurato in questi ultimi giorni; ma il fatto che voi sapete che io sono a riposo e l'essermi da poco incontrato con papà ànno favorito la mia naturale pigrizia di scrivere, pensando che voi non potevate avere ansia per me. Il diario languisce; buon segno, del resto! Ci sarà sempre tempo di riprenderlo sul San Michelaccio! I nostri turni di riposo d'ora innanzi saranno più lunghi, essendosi, pare, aggiunto un nuovo reggimento alla nostra divisione. In compenso della scarsità di notizie vi mando tre fotografiette che fra l'altro, vi mostreranno come, anche oggi, sia altissimo il mio spirito aggressivo. Io sto benone; l'unico inconveniente è che mi rimpinzano troppo di cibo; figuratevi che per ogni pasto oltre la minestra mi dan// no due o tre pietanze con relativi contorni, frutta, formaggi, dolci, zabaione, vino da ubriacarsi, liquori, caffé, bottiglie di vini spumanti, ecc. ecc.. Un po' troppo per il mio stomacuccio abituato al tre e tre sei. Vorrei almeno aver qui papà che mi aiutasse a sbafare. Altro inconveniente è che mi danno troppi quattrini; ogni tanto capita l'ufficiale d'amministrazione a dispensare biglietti di banca. È vero però che la mensa ce ne salassa parecchi; ma del resto non c'è altro godimento. Avete ricevuto le cento lire? Si ricorda Papà del San Michele? La notte del 30 ànno attaccato proprio la posizione dove ero io quando ero in linea. Siamo stati svegliati di colpo dal rombo della nostra artiglieria che con una dozzina di colpi li à mandati tutti a catafascio. Prosit! Qualche cadavere di più appesterà l'aria fra le nostre linee e le austriache.
Oggi sono stato a Cormons con il calessino della mensa, tanto per svagarmi e fare delle spesucce. Ò trovato uno studente di belle lettere dell'Università di Bologna che mi à riconosciuto mentre io non l'avevo mai visto. Questo adesso mi fa venire in mente che devo scrivere - uffa ! - a Ghirardini; quindi per ora vi dico ciao. Checco.. 8 maggio 1916. Ricevo la vostra ultra-pietosa lettera e vi prometto senz'altro che d'ora in poi vi manderò una Cartolina al giorno, anche se con la sola firma. Vi avverto però che sarà peggio quando, per una cosa o per l'altra, non riceverete niente; ma sia fatta la vostra volontà. Non sono insensibile ai vostri dolori, ma che posso farci? Mi vengono in mente le parole pronunciate da un ufficiale austriaco fatto prigioniero qui sul San Michele: se una sola madre potesse venire alle trincee, la guerra cesserebbe immediatamente... Tutta questa notte l'artiglieria austriaca à tirato sulle nostre linee; crateri di fumo si sollevano dal monte maledetto. Verso le sei di questa mattina à smesso; naturalmente allora à cominciato subito la nostra a render pan per focaccia. Che si maturi qualche avvenimento? Siamo pronti a darle, al Cecco Beppe e ai suoi luridi mangiasego! Ciao. Checco..

6. Cartolina fuori dalla serie

Mariano, 9 maggio 1916.. Tutto va bene. Checco.

7. Continuazione della serie

13 maggio 1916. Non vi ho scritto ieri essendo stato assente da Mariano per tutta la giornata. Si aspetta giorno per giorno l'ordine di salire in linea; domani a sera partirà il 1° battaglione. Vi garantisco che sono quasi ansioso di partire, perché, dopo quei tali fatti, ànno talmente tormentato noi ufficiali con un servizio borsosissimo al massimo grado, che non ne possiamo proprio più. Sveglia alle quattro, marce che durano giornate intere, ronde... L'altro giorno, proprio nel trinceramento che occupavo io, i nostri ànno fatto un balzo in avanti occupando la linea nemica, previa esplosione di mine. Nella notte abbiamo sentito una fucileria intermittente; poi un'esplosione formidabile; più tardi ànno cominciato a sfilare per il paese le automobili della Croce Rossa con i feriti, alcuni dei quali urlavano come dannati. È rimasto morto un sottotenente che pochi giorni prima aveva per errore ucciso il proprio attendente con la pistola: pare che abbia voluto volontariamente espiare la colpa, perché non apparteneva nemmeno alla compagnia che à dato l'assalto... Apprendo che il mio battaglione partirà il giorno 18. Il 1° battaglione partirà il 14 a sera. Il comando supremo à ordinato a tutte le truppe operanti di mettere l'elmetto invece del berretto; ed ecco tutti i nostri armigeri con tanto di elmo di Pipio da far concorrenza ai tedeschi. Oggi per la prima volta la compagnia è uscita in tale arnese; io che la comandavo sembravo addirittura Von Kluck . Finalmente abbiamo un capitano; un eccellente uomo sempre con la pipa in bocca; basti dire che da borghese faceva il pittore! A noi sembra di avere un papà.

14 maggio 1916. Abbiamo assistito a uno spaventevole bombardamento operato dal nemico sulle nostre linee della Sella di San Martino. I primi colpi sono caduti verso le quattro del pomeriggio e si sono andati intensificando così che verso sera era un continuo scoppiar di granate e di shrapnels sulle nostre posizioni. Il monte sembrava ardere; il fragore delle cannonate si fondeva in un sol rombo incessante. Subitamente le nostre batterie si destano; vediamo vampe mostruose salire dalle rive dell'Isonzo e verso Castelnuovo; gli artiglieri a mezzo di speciali granate incendiarie determinano il tiro e dopo poco riescono ad ottenere sul nemico la superiorità del fuoco, che rallenta continuando intermittente sino al mattino seguente. Ma che spettacolo! Anche i vecchi del fronte non ricordano mai una tale concentrazione di fuoco. Seguì l'assalto delle fanterie nemiche, il contrassalto dei nostri e via via alternativamente, finché la mattina dopo ognuno degli avversari si è trovato nella posizione che occupava prima. Mentre si svolgeva l'azione il primo battaglione del 130° sfilava per la via di M[?]. andando a raggiungere il fronte. I soldati procedevano silenziosamente e qualcuno azzardava a mezza voce una strofetta: "E il bersagliere mio..." Dicevo a qualcuno: Forza ragazzi! E loro: eh, signor tenente... In sostanza sono partiti bene.

15 maggio 1916. Sono in fureria come ufficiale di giornata. Piomba dentro il capitano come un bolide: su, su, bisogna armarsi e partire, immediatamente! I soldati dormivano già. Io non avevo pronto niente; vi basti sapere che ero in diagonale, con scarpe da riposo; insomma tutto da fare! Mi precipito a casa, il mio attendente mi vien dietro con la lingua fuori; caccio all'aria tutto e tanto faccio che in pochi minuti sono in assetto di guerra. Ma che confusione nella mia povera roba! Chi sa che cosa troverò al ritorno? Vicende di guerra. Il peggio si era che non avevo ancora mangiato niente. Passando col mio plotone davanti alla mensa mi ficco dentro per aver qualcosa: non c'era rimasto che un vassoio pieno di pasticcini con la crema. Ma dove metterli? Un'idea geniale. Mi levo l'elmetto e lo riempio fino all'orlo e me ne vado mangiando pasticcini fino a Gradisca. Qui cominciano i guai. La passerella è battuta dall'artiglieria nemica; conviene attraversarla di corsa a gruppi di otto o dieci. Mi faccio sfilare avanti il plotone e per ultimo traverso di corsa veloce la fatal passerella, che si può dire sia il ponte fra il mondo dei vivi e quello dei ... morituri ... Più a monte sull'Isonzo, di tanto in tanto balenano le vampe dei pezzi austriaci che ci tirano addosso. Il bombardamento continua nei camminamenti che da Sdraussina conducono ai nostri ricoveri. Di tanto in tanto incontriamo qualche soldato che si porta sulle spalle un compagno ferito. Il brutto è che c'è uno splendido chiaro di luna e i nostri elmetti, benché verniciati d'azzurro, luccicano che è un piacere. Se ci scoprissero! Invece di tirare a casaccio concentrerebbero su di noi tal fuoco d'artiglieria che di noialtri non si troverebbe più neanche la traccia. Ma la fortuna ci aiuta e finalmente giungiamo ai ricoveri. Qui un quarto d'ora di solita cagnara per alloggiare la truppa; poi mi ritiro nel mio fifaus e ci sgnacco una bella dormita.

8. Cartolina fuori della serie

Mariano, 17 maggio 1916. Cari, un allarme improvviso ci chiama sulla sinistra dell'Isonzo come eventuali rincalzi. Siamo partiti ieri sera senza aver tempo di far nessun preparativo. La mia roba è rimasta dispersa per la camera che occupavo. L'indirizzo della mia padrona di casa è eventualmente il seguente: Maria Guber, via Gradisca N° 138, Mariano. Coraggio e fiducia, ché dopo questo turno ci rivedremo tutti. Checco.

Una relativa fortuna assiste il Formigari la cui brigata viene ritirata dalla linea del S. Michele e quindi sottratta all'offensiva con i gas del 29 giugno 1916 e la relativa VI battaglia dell'Isonzo.

9. Continuazione della serie

19 maggio 1916. Ho potuto mandare il mio attendente a Mariano per mettere la mia roba in ordine. Infatti ha messo tutta la cianfrusaglia nella cassetta, e la divisa l'ha fatta custodire dalla padrona di casa in un armadio. Quindi da questo lato tutto è a posto. Per ora stiamo ancora ai ricoveri come rincalzi; saliremo in trincea forse stasera. Ieri sono andato a Quota 24 che è stata assai duramente provata dal bombardamento austriaco. Qui i nemici sono venuti anche all'assalto senza risultato. Ho visto alcuni cadaveri loro sul terreno. Sono caricati come somari: zaino, tascapane, telo da tenda... C'è anche un ferito austriaco che è rimasto fra la nostra linea e la loro e non si può più muovere di lì. Il disgraziato si è coperto con un telo da tenda e ogni tanto fa qual [illegibile]. Abbiamo abbandonato improvvisamente la linea e procediamo a marce forzate, giorno e notte, verso ignota destinazione. Prenderemo il treno in un posto sconosciuto. Forse andremo di rinforzo nel Trentino. Per ora siamo diretti a Gleris, sotto S. Vito al Tagliamento, a circa 80 chilometri dal S. Michele! telegraferò se mi sarà possibile trovarmi con papà. Ciao, Checco.

10. Lettera

Ponte di Piave, 23 maggio 1916. Ho un momento di tregua: ne profitto per scrivervi più abbondantemente di quanto non abbia potuto fare nei travagliati giorni scorsi. Quest'oggi il colonnello al gran rapporto ci à annunziato ufficialmente quanto già tutti sapevamo che cioè noi andremo nel Trentino con importanti compiti. Domani a sera partiremo in treno per Cittadella Veneta, e di lì poi... Mi sarebbe immensamente piaciuto rivedervi tutti prima di accingermi a questi nuovi cimenti: ma il fatto che ci tengono all'oscuro di tutto fino all'ultimo momento mi rende impossibile darvi un appuntamento. Chissà che non possa farlo in seguito.
Quei pochi giorni passati al S. Michele prima della partenza sono stati assai movimentati. Gli austriaci avevano per fine di compiere azioni dimostrative allo scopo di impedire al nostro comando di distogliere truppe dal fronte dell'Isonzo per mandarle dove più ferve la guerra. Per conseguenza, continui allarmi; vi basti sapere che per ben 6 notti io non ò dormito, costretto come ero a spostarmi con i miei soldati da una posizione all'altra. L'ultima notte poi il nemico ci à bombardato i ricoveri per 10 ore con un tiro intermittente di 5 minuti ogni ora; così regolare che noi con l'orologio alla mano ci regolavamo per ripararci alla meglio. Ma più che altro è stata la fortuna a salvarci. Verso le 11, mentre tornavo col mio plotone da una posizione sovrastante, cade una granata a men che 20 passi da me, e, caso straordinario... non scoppia! Se fosse scoppiata avrebbe polverizzato me e i miei sessanta giannizzeri. Per mezzanotte si seppe che c'era ordine di tornare a Mariano; attendemmo la mattina in una baracca di sacchetti, io e quattro o cinque colleghi, custodendo la bandiera del reggimento. Gli austriaci, quasi lo sapessero, ci tiravano addosso di tutto: dalle granate da 149 ai sassi che lanciano con uno speciale apparecchio e arrivano con un ridicolo fru fru. Basta, anche per allora la pellaccia rimane sana e salva. La notte precedente era stata anche più movimentata: noi dovevamo far scoppiare una mina e far saltare la trincea nemica; ed era venuto ordine di tenersi pronti per l'assalto che doveva seguire allo scoppio, per occupare la posizione nemica. Per 4 ore i soldati furono tenuti desti, con baionette in canna e ben forniti di cartucce, ma la mina non produsse l'effetto desiderato e l'assalto non fu potuto operare.
La sera stessa del giorno in cui eravamo scesi dal S. Michele iniziavamo questa marcia che ci à portato a 18 km da Treviso. Marciavamo dalle 3 di notte alle 11 del mattino. Non vi so dire la fatica durata a tirare avanti i soldati durante questi viaggi. Alcuni mi seguiva col sangue che gli usciva dalle scarpe! Ogni tanto, uno a terra. Io me la sono cavata discretamente con i miei lanzichenecchi, pagando loro qualche fiasco di vino ogni tappa; il che suscitò immenso entusiasmo: i miei scugnizzi mi dichiararono concordi che non mi avrebbero mai lasciato e che se mi avessero levato dal plotone avrebbero fatto una rivolta. Quanto a me, ò resistito alla fatica: non così le mie scarpe, che sono sfasciate e imbarcano acqua. Il peggio è che mi tocca portarle lo stesso perché in questi paesucoli è impossibile trovarne. Fino alla notte scorsa ò dormito sotto la tenda: ora ò trovato un eccellente letto dove almeno per questa notte posso riposare le stanche ossa. Insomma, riassumendo, tutto va bene, state tranquilli e sperate. Ciao, Checco.

11. Cartolina

Annone Veneto, 25 maggio 1916. Cari Formigari, siamo in marcia su Treviso, sempre a piedi. È quasi certo che andremo nel Trentino. A Treviso staremo un sol giorno; quindi ho ritenuto inutile darvi un appuntamento. Speriamo di vederci più tardi. Tutto bene. Checco..

12. Cartolina

Ponte di Piave, 26 maggio 1916. Miei cari, continuiamo la marcia su Treviso et ultra. Passiamo finalmente di paese in paese, con la bandiera e il cannone austriaco, al canto di Oberdan. Ormai siamo al 150° km. perché ci fanno fare una quantità di zig-zag. Dormiamo accampati, sotto la tenda. Marciamo dalle 3 del mattino a mezzogiorno. Roba da chiodi. Vi scriverò le mie vicissitudini di questi ultimi giorni quando potrò farlo più comodamente. Formiamo divisione con la Brigata Sassari. Daremo botte da orbi e ne prenderemo meno che potremo. Intanto ciao. Checco..

13. Cartolina

Ponte di Piave, 29 maggio 1916. Niente di nuovo. Passiamo stasera per Cittadella. Saluti Checco.

14. Cartolina

31 maggio 1916. Cari Formigari, eccoci giunti a Camisano, luogo di concentramento del nostro Corpo d'Armata, che, sembra, starà di riserva. Comunque aspettiamo gli avvenimenti. Intanto è già qualcosa passare un po' di giorni fuori dal rombo del cannone. Ciao, Checco.

15. Cartolina illustrata da Camisano (interno della chiesa parrocchiale)

3 giugno 1916. Niente di nuovo. Siamo sempre accampati. Mi sono fatto fare una branda dagli zappatori, ò la mia cassetta, un cuscino di biancheria sporca insomma tutto il comfort moderno. Pare staremo qui parecchio tempo, in riserva. Ciao Checco.

16. Testo consecutivo su più cartoline, 6-9 giugno 1916

6 giugno 1916. Abbiamo nuovamente levato le tende e ci siamo trasferiti più a nord, presso San Pietro in Gu (Cittadella). Per strada siamo stati colti da una gragnuola di grandine grossa come ciliege che ha reso il terreno un pantano. Motivo per cui invece che sotto la tenda ò dormito in una cantina, con gran terrore del proprietario che vedeva così gravemente minacciate le sue riserve di vino. Questa mattina abbiamo visto all'orizzonte un Draken; aereoplani parecchi, e abbiamo udito il rombo lontano del cannone. Eccoci all'altro teatro della guerra. Per le strade passano sui carrettini i profughi del territorio invaso rinnovando certe scene dei Promessi Sposi di fetente memoria (che ne dice la Gina?). Particolare commovente: a Grantorto ò bevuto certe bottiglie di Lambrusco da risuscitare un morto. Ah, se potessimo vuotare qualche pistone insieme! Ma purtroppo gli spostamenti continui che ci fanno fare non mi permettono di darvi un appuntamento.

7 giugno 1916. Ho ricevuto ieri sera la lettera di Reggio, dieci minuti dopo che avevo impostato una lettera diretta a lui. Ho sentito che la Gina si è decisa, dopo i soliti recalcitramenti, a entrare nelle F[errovie]; ò piacere, perché in questi tempi in cui tutti fanno sacrifici non è bello restar con le mani in mano. Siamo sempre accampati nei pressi di San Pietro in Gu. Il cannone tuona incessante. Che cosa succederà? Se gli austriaci dovessero dilagare nella pianura! Ma incontreranno prima la Brigata Perugia (a proposito, non importa indicare la brigata nell'indirizzo; bastano reggimento e compagnia). La nomina di noi aspiranti non è ancora giunta e chissà quando verrà; io ad ogni buon conto ho rivestito il mio bravo grado, con grave scandalo del collega Pastina e di tanti altri. Guai se lo sapesse il colonnello. Ma mi crede un sottotenente sul serio e chi se ne frega.

8 giugno 1916. Questa mattina, ricognizione del terreno. Gli ufficiali di alto rango, a cavallo o in carrozza; noi schiappini in un carretto tirato da un mulo che appena attaccato ha messo fuori combattimento un collega con un calcio in uno stinco. Poi, ascensione di un campanile, dall'alto del quale, con le carte dello Stato maggiore, abbiamo riconosciuto il teatro della lotta; la valle dell'Astico, Monte Cengio a destra, il Pasubio a sinistra ecc. ecc. Indi, discesa e tappa in un baccanino dove il maggiore mi ha pagato un grappino. Speditemi al più presto il film di pellicola per fotografie, di dimensioni 4x6 e mezzo, spedendole raccomandate o assicurate.

9 giugno 1916. Niente di nuovo. Tutto bene. Anche la situazione, benché ancora grave, è notevolmente migliorata e tutto fa credere che migliorerà ancor più d'ora in avanti. Vi prego di mandarmi con qualche frequenza giornali speciali o riviste tanto per non abbrutire del tutto. Per esempio: Lettura, Secolo XX, Travaso, Marzocco. Vorrei che mi inviaste anche qualche libro, ma so che i pacchi sono sospesi. Vedete se potete inviarmeli facendoli passare per manoscritti. In caso, desidererei: Nietsche, Ellenismo e pessimismo e Pascoli, Traduzioni e riduzioni. Più qualche monografia illustrata di Leonardo, Michelangelo, Raffaello, Tiziano e qualche altro grande artista, di quelle piccolo formato, non molto costose troverete facilmente da Alinari (corso Umberto) o in qualche negozio del genere. Gina saprà fare. Invierò quanto prima un gruzzoletto; finora non l'ò fatto perché durante il viaggio pedestre ò dovuto rifare completamente il bagaglio di Fortunello che ò seminato per la strada. Ciao.

17. Cartolina

11 giugno 1916. Saluti. Checco.

18. Cartolina illustrata di Pozzoleone

12 giugno 1916. Saluti. Checco.

19. Lettera

Pozzoleone, 15 giugno 1916. Miei cari, non vi ò scritto diffusamente per la semplice ragione che non avevo niente da dirvi. Anche adesso è così: tuttavia vedrò di trovare qualche sciocchezza da farvi sapere.
Siamo sempre all'imbocco della val d'Astico in attesa di avvenimenti. Giornalmente riceviamo visite di generali: oltre a quello comandante la brigata si è fatto vedere quello di corpo d'Armata, gen. Cavacciocchi; poi stamattina il comandante d'Armata, Frugoni; e infine abbiamo incontrato durante una manovra papà Cadorna, che à fermato l'automobile per domandarci se l'ufficialità del reggimento era al completo.
Tutte le mattine, dalle 4 e mezzo alle 10, esercitazioni tattiche per prender pratica del terreno sul quale dovremmo caso mai svolgere la nostra azione. Ma rassicuratevi, ché la situazione militare è più buona di quello che fosse lecito sperare 10 giorni fa. E poi, come disse ieri il gen. Del Mancino, com. della brigata, anche se calassero nel piano, non ne tornerebbe indietro neanche uno. E il terreno si presta a un massacro come fecero i Serbi nel dicembre 1914.
Intanto è quasi un mese che dormo sotto la tenda con un po' di paglia. Nonostante ciò, sto bene. Oggi ò fatto un bel bagno nell'acqua di un ruscelletto ameno. Si, che mi son cavata la voglia di campagna! Essendo il mio attendente andato all'ospedale, ne ò preso un altro che è ancora più zelante del primo. Figuratevi che fuori della tenda mi à fatto uno sgabellino per potermi spazzar meglio gli stivali con relativo posapiedi; e che tutti i giorni mi fa bugadin di calzetti. Mi tratta come un idoletto. La sera, quando mi ha fatto il letto, mi dice: Adesso, signor tenente, mettiti a letto. E poi è un pezzo di giovanotto che con un cazzotto ne massacra otto. Cosa non trascurabile. L'unico divertimento qui è di andare la sera in paese a bere un grappino o un bicchiere di lambròsc che qui è molto buono, e di ritornare, facendo cagnara, sul carrozzino della mensa. L'altra notte, all'una, io e il mio compagno di tenda, abbiamo assalito la tenda di due colleghi. Si è sviluppato un terribile combattimento in camicia; io ò dato l'assalto al nemico e nonostante mi coprissero di terra ne ò sconquassata la tenda, vi ò versato dentro un fiasco d'acqua e ò catturato una cassetta dietro la quale mi sono poi trincerato. Però ò buscato un colpo di pietra tale sulla faccia che per tutto il giorno dopo non potevo più muovere la mascella. Infine il nemico à chiesto armistizio, e tutti siamo andati a letto soddisfattissimi.
Da cinque o sei giorni non ricevo vostre nuove, certo a causa della posta perché anche per i miei colleghi è lo stesso. Datemi notizie dei trionfi scolastici della Lia. Vi saluto. Checco..
P.S. Mi raccomando che non passi inosservata l'elegantia della carta nonché della relativa busta.

20. Cartolina

18 giugno 1916. Miei cari, eccomi nuovamente in linea in condizioni tutte diverse da quelle del San Michele. Mi trovo alla destra del Monte Lemerle, dinanzi ad Asiago. Stante l'enorme confusione che c'è qui, non impressionatevi se non riceverete posta tutti i giorni. In ogni caso, se il mio silenzio durasse troppo a lungo, potete rivolgervi per notizie alla famiglia del collega Pastina, il cui indirizzo è: Via Castelfidardo 51, Roma. Ci siamo scambiati l'indirizzo appositamente. Ciao. Coraggio. Checco.

21. Biglietto, vergato su retro di una ricevuta di vaglia postale

17 giugno 1916. Siamo partiti da Pozzoleone per destinazione ignota. Da Marostica vi mando questi risparmi. Scriverò. Checco.

22. Cartolina

Cesuna, 29/6/1916. Tanti auguri alla mammina lacrimogena! Checco.

23. Testo consecutivo su più cartoline, 19 giugno-12 luglio

19 giugno 1916. Ecco un riassunto di quello che ho fatto nei giorni scorsi. Mentre eravamo accampati a Pozzoleone, riceviamo ordine di tenerci pronti, e di lì a poco arriva una immensa fila di autocarri che ci imbarca e via. Arriviamo la mattina dopo, per tempo, a Marostica; di lì il mio autocarro e un altro non ce la fanno più e restiamo a terra io, un collega, 40 uomini e due mitragliatrici. Soltanto alla sera, dopo esser passati da Erode a Pilato, riusciamo a ottenere altri due autocarri con i quali raggiungiamo il reggimento, accampatosi a S. Giacomo di Lusiana. Mentre stiamo mangiando, altro ordine di partenza. Cominciamo la marcia attraverso la montagna, non vi so dire quanto faticosa, specialmente per i soldati che ànno lo zaino completamente affardellato. Arriviamo finalmente a una bella conca circondata di abeti, dove passo la notte, sotto un tabernacolo improvvisato dall'ingegno del mio attendente. E la mattina seguente, dopo che il maggiore ci à annunziato che dobbiamo entrare in linea, riprendiamo il cammino, per una stradina che procede in un fitto bosco di pini. Ecco i primi feriti. Qualcuno in barella; i più si recano a piedi al posto di medicazione, chi ferito alla mano, chi ai piedi, uno con la sinistra mezzo fracassata fa grande sforzo per accendere la sigaretta; un altro se ne viene tranquillamente per la strada con la pancia aperta da una bomba. Ed ecco il cimiterino, con le croci bianche sotto i pini e i cadaveri che aspettano la pace estrema. I miei soldati passano e guardano silenziosi. Tutti sono buoni e disciplinati, ora; anche i mascalzoni che sino ad ora mi hanno fatto gridare e minacciare vengono avanti quieti come pecorelle... Nel pericolo tutti si stringono intorno all'ufficiale; tutti guardano a lui. Per quel giorno, ci attendammo ancora; e fu l'ultima tappa del lungo viaggio da Gorizia ad Asiago. Il giorno dopo, noi ufficiali andammo a visi tare la linea destinata a noi. Ci trovo Formento, uno dei miei compagnoni di Modena che dormiva nella branda contigua alla mia, ricorderete. E la sera, avanti marsch. Mentre saliamo l'erta del monte, un mio collega viene colpito nel petto da una pallottola e muore al posto di medicazione. Si chiamava Picchi. Povero Picchi! Era neutralista; e tutte le volte che ci incontravamo ci coprivamo di ingiurie. Adesso riposa anche lui nel cimiterino.

23 giugno 1916. Ecco il quinto giorno che mi trovo in linea. Niente paura, e morte al Cecco Beppe! Io sono fortunatamente capitato in un punto abbastanza buono, perché c'è già la trincea; mentre in un altro punto la trincea non c'è affatto e si combatte allo scoperto. E poi il luogo è simpatico, sono in mezzo a un fitto bosco, dove cantano gli uccelletti, eccetera, in certi momenti, quando sosta la fucileria e il bombeggiamento, non sembra neanche di essere in guerra; pare piuttosto di essere a Villa Borghese! Quando ci andate (a marcio dispetto della Gina, cioè pardon, dell'impiegata Teresa) ficcatevi in mezzo agli alberi, e immaginate che io sia lì con la mia trincea e il mio fifaus, davanti al quale ò messo un cartello con questa scritta: 130° Fanteria-7° compagnia-4° Plotone-Comando. Di lì dirigo le mie operazioni di guerra, aiutato da cinque o sei fegatacci che sono nel mio plotone. Ieri con questi qua sono andato a mettere dei reticolati in un punto in cui la nostra trincea è interrotta. Abbiamo profittato del momento in cui gli austriaci sono ubriachi, cosa che si verifica sempre fra le 3 e le 5 del pomeriggio. Allora si sentono cantare e suonare l'organetto; evidentemente ricevono delle abbondanti distribuzioni di acquavite. Ebbene, noi, intanto che loro cantavano "li abbiamo fatti fessi" come dicono i soldati. Abbiamo gettato i quattro cavalli di Frisia, e li abbiamo solidamente legati agli alberi. Mentre si metteva a posto il quarto, da un cespuglio spunta la mano di un austriaco, armata di una bomba, e ce la getta delicatamente, come un innamorato getterebbe un fiore alla sua bella. Se avessi avuto la pistola pronta lo fottevo. Fortunatamente la bomba scoppia un metro lontano, colla seconda noi eravamo già lontani, contenti e soddisfatti del lavoro compiuto. Da allora gli austriaci tempestano di bombe e di fucilate quel luogo; ma i reticolati tengono duro, e intanto un'altra porta d'Italia è chiusa agli zozzoni del Cecco Beppe; cosa di cui sono fiero.

27 giugno 1916. Ecco il riassunto degli avvenimenti svoltisi negli ultimi tre giorni. La sera del 25, mentre la mia compagnia, scesa di linea, stava di scorta al Comando di brigata, giungeva la notizia che gli austriaci, sotto la nostra pressione, avevano abbandonato la linea. Il giorno dopo, il 130° insieme ad altri reggimenti, si metteva alle calcagna del nemico, ma già prima i nostri soldati, sguinzagliati in cerca di bottino, erano tornati carichi di fucili, munizioni e vario materiale. Cinque o sei soldati del mio plotone volevano perfino portarsi via un lanciabombe, se non l'impediva un ufficiale! Occupando le linee nemiche trovammo fra l'altro dei [parola mancante] d'acqua nel fondo. Stamane, in attesa di avvenimenti, mi crogiuolo al sole e vi scrivo.

28 giugno 1916. Siamo ancora accampati nei pressi di Cesuna. Questa mattina ò visitato il monte Lemerle e il paesetto di Cesuna. Il primo è intersecato da più ordini di trincee nostre ed ex austriache; fra queste e quelle giacciono ancora dei cadaveri nostri e austriaci e gran quantità di oggetti per lo più austriaci, che i nostri razziano con accanimento. Ai piedi del Lemerle - ormai completamente sbarazzato dal nemico - sono le tombe degli austriaci, lasciate da essi, belle tombe fiorite, con grandi croci e targhette ricordanti i nomi di coloro - come dicono le iscrizioni - welche für das Vaterland den Tod sterben (che morirono per la patria). Ànno sepolto anche qualche italiano, indicandone la nazionalità sulla tomba: su una c'è scritto: Hier ruhen 3 Italiener (qui riposano tre italiani). Però dietro questa scritta ho scoperto certe frecce sospette; s'è dato il caso che sotto supposte tombe siano stati scoperti pezzi di artiglieria.
Il paesetto di Cesuna è composto di casine rosse e bianche come quelle che si vedono nella réclame del cioccolatto al latte. Nel complesso è intatto, però tutte le case sono svaligiate e insozzate di merda e di piscia: mi viene ancora in mente quel brano dei Promessi Sposi che descrive il ritorno di don Abbondio al suo paese dopo la partenza dei lanzichenecchi. La nostra avanzata continua. Per ora non abbiamo a che fare che con pattuglie: pare però che in qualche punto si sia già preso contatto con la linea di resistenza nemica.
Ho ricevuto ier sera le pellicole: i libri non ancora. E voi ricevete le mie cartoline giorno per giorno?

29 giugno 1916. Leggo nei giornali la gioia di Roma per il nostro successo. Avete visto come si sono cambiate le cose appena arrivati i vecchi reggimenti dell'Isonzo? Non esagerate, mi raccomando, nella speranza che il nemico sgombri interamente il nostro territorio; ad ogni modo gli ultimi avvenimenti svoltisi su questo altipiano segnano definitivamente il fiasco di tutti gli elaborati piani di Konrad & soci con i quali costoro pretendevano di annientare l'Italia come la Serbia. Cosicché possiamo ben dire che la vittoria è nostra; e se le operazioni russe non ànno mancato di influirvi, è pure certo, per noi che vediamo le cose con i nostri occhi, che il merito principale spetta a papà Cadorna, per la rapida organizzazione della difesa e poi per la mirabile sollecitudine con la quale è passato alla controffensiva. Rivolgete un pensiero grato a lui, che lo merita anche per le molte amarezze che à provato dal principio della guerra a oggi.
Sento che Norza è prigioniero. Io ho sempre pensato che quello lì era destinato a scamparla. È inutile; ci sono i predestinati. La Lia, quando mi rappresenta nelle vignette, mi metta in testa l'elmo di Pipio perché dei berretti non ne ho più neanche uno.

3 luglio 1916. Abbiamo continuato l'avanzata fino all'Assa e riafferrato il nemico che si è solidamente piazzato su Campolongo. Vediamo se il compito di scacciarneli sarà affidato a noi o alle truppe operanti alla destra, come è più probabile.
Ò ricevuto il Pascoli. Vi ò aggiunto due o tre libri portati via dalla casa del parroco di Cesuna, e così me la passo discretamente. Ricevo anche puntualmente le vostre lettere e vi ringrazio dell'assiduità; io per parte mia non dimentico mai di spedirvi la cartolina giornaliera; certo che talora devo affidarne l'impostazione a qualche cuciniere o mulattiere, e questo sarà causa di ritardi. Non spero altro che di finire felicemente questo periodo di operazioni e di scendere a godere il meritato riposo, durante il quale senza dubbio otterrò di rivedervi, lo farò a qualunque costo. Contateci.

5 luglio. Non ò niente da dirvi. Piove. Io e il collega Torelli, col quale faccio vita comune - è lui che à la macchina fotografica - ce ne stiamo rannicchiati nella nostra tana, artisticamente coperta di rami e di foglie, dalla quale sfidiamo le ire dell'artiglieria austriaca. Pensa che dal 15 maggio dormo per terra... Due giorni or sono i nostri attendenti avevano "fottuto"; due materassi da una casa di Cesuna, ma, manco a dirlo, mentre ci apprestavamo a goderceli, ecco l'ordine di partenza... Non crediate però che io mi lamenti. Anzi, fate conoscere a tutti i nostri cari amici che, non ostante le fatiche, le privazioni e i pericoli, il mio morale è così alto come quando, per le vie di Roma, acclamavo alla guerra. E Tozzi che cosa fa?

6 luglio. Nuovo spostamento, con gran disperazione del mio attendente che deve improvvisarmi ogni volta un nuovo appartamento. Di giorno in giorno diventiamo sempre più alpini; muniti di alpenstock ci inerpichiamo per le ripide balze dell'altipiano. Questa notte ho dormito su una roccia sospesa a mezzo monte, come un aquilotto. Diceva il collega Torelli: "vedrai che questa notte non riesci a dormire nemmeno tu". E io "Vedremo". Detto fatto, mi sono addormentato e non mi sono svegliato che questa mattina alle otto!

6 luglio. La nostra situazione qui davanti a Campolongo è la seguente. Fra noi e gli austriaci c'è il profondissimo burrone dell'Assa, noi abbiamo le nostre vedette di qua, loro probabilmente le avranno di là. Dietro a un dosso, riparati alla meglio dalle cannonate, stanno accampati. Ai piedi di Campolongo sono parecchie case che ardono, incendiate dalle granate, a destra si vedono un dopo l'altro il Moschiag, l'Interrotto e Cima Rasta. Così stando le cose, aspettiamo. Ma di turno di riposo per ora non si parla.

6 luglio. Leggo sul Corriere che è caduto Formento, il mio compagnone di Modena, detto da noi il "conte di frombone". Mi sembra di avervi scritto come lo avessi visto in trincea una quindicina di giorni or sono. Mi aveva detto: meno male che ci date il cambio, se no qui ci lascio la pelle. E ce l'ha lasciata! Proprio adesso ricevo un biglietto di Fivoli il quale à saputo che il 130° è accampato presso il suo reggimento e vuol vedermi. È ad Asiago dove noi pure rientreremo stasera. Lo cercherò. Ho ricevuto la Lettura di maggio. Apprendo ora che questa sera ci metteremo in marcia per Monte Fiara, a 1785 metri di altezza. Passeremo per Asiago e Gallio. Ma la nostra è proprio la brigata errante!

10 luglio. Ecco compiuto anche questo nuovo viaggio. Abbiamo traversato Asiago e Gallio di notte, perché sono ancora sotto il fuoco nemico. Una devastazione. Non c'è una casa intatta; di parecchie non resta che una parete; quasi tutte sono senza tetto, bruciacchiate, crivellate dai proiettili. E su questo ammasso di rovine il riflettore nemico di Campolongo tiene fisso il suo occhio abbagliante. Ma noi passiamo lo stesso. Verso le due, alt; un paio d'ore di sonno su l'erba, e poi avanti. Traversiamo la valle di Campomulo e prendiamo posizione nei pressi del monte Fiara, dinanzi a Monte Zebio contro il quale dovremo operare. È il secondo giorno che la mensa non ar// riva; bisogna che ci contentiamo di consumare le scatolette e di bere acqua. Ieri ò ricevuto le monografie; una indovinate come? Dentro il pacco di uno zappatore; il quale veniva da Viterbo! Questo zappatore era naturalmente sbalordito di ricevere delle monografie artistiche!
Mi chiedete se ò bisogno di qualche cosa. Avrei bisogno di tutto, specialmente per quanto riguarda la biancheria; ma non importa. Una gran consolazione sono invece per me i libri, che mi fanno rivivere un po' la vita di un tempo; abuserei della vostra pazienza se ve ne facessi spedire degli altri? Vedete se mai di comprarmi: Fraccaroli: Pindaro; Boissier: Nouvelles promenades archéologiques. Per acquisto libri rivolgetevi sempre alla libreria Loescher in via Due Macelli; vi troverete tutto. Appena scenderò (?) dall'altipiano farò un vaglia, per ora non ne ò l'opportunità.


Monte Zebio.

12 luglio 1916. Niente di nuovo.

24. Cartolina

12 luglio. Tutto bene, Checco.

25. Cartolina

14 luglio 1916. Miei cari, dopo parecchi combattimenti sono sano e salvo e per ora al sicuro. Spero di rivedervi presto. Checco.

26. Lettera

16 luglio 1916. Carissimi, 11,12,13 luglio: tre giornate di battaglia che ànno decimato la brigata e fatto scomparire tanti miei compagni. Io come al solito sono stato assistito da una straordinaria fortuna, si direbbe che una mano mi abbia voluto salvare; la piccola ferita che ò buscato à valso a togliermi dal combattimento proprio nel momento in cui esso assumeva una violenza infernale.
La censura, e anche l'emozione per gli avvenimenti di cui sono stato attore, mi impediscono di narrarvi minutamente i miei casi; ve ne parlerò succintamente, tanto più che fra giorni ci rivedremo.
L'11, mentre eravamo accampati in seconda linea, fummo individuati dall'artiglieria austriaca e fatti segno a un bombardamento che ferì il maggiore del mio battaglione, decimò la maggiorità del reggimento, gettò il panico fra la truppa, che noi ufficiali a stento potemmo trattenere. Il 12 mattina fui mandato dal colonnello oltre le nostre linee per esplorare la posizione che dovevamo assaltare; e il mio rapporto ebbe una notevole influenza sugli avvenimenti che seguirono, benché se io fossi stato ascoltato di più, molte perdite si sarebbero potute evitare. Nel pomeriggio del medesimo giorno demmo il 1° assalto e prendemmo la linea nemica. Io mi vidi cadere a fianco parecchi soldati ma fui incolume, benché più volte mi fermassi nella zona battuta dal fuoco a incoraggiare i miei soldati a seguirmi.
Il 12 verso le 4 io e il serg. Grespini facemmo 3 prigionieri austriaci; alle 5 andammo per la seconda volta all'assalto di una formidabile posizione. Vi avrei certamente lasciato la pelle se (nel momento di lanciarmi fuori dai ripari sotto una fucileria spaventevole) una pallottola esplosiva, scoppiando su di un sasso a 1 centimetro dal mio orecchio non mi avesse ferito all'avambraccio sinistro e alla coscia sinistra. Ebbi il sangue freddo di medicarmi prontamente col mio pacchetto, poi mi recai, a piedi, al posto di medicazione e di là all'ospedaletto da campo. Di là il treno mi à trasportato all'ospedale militare di Verona dove mi tratterranno per qualche giorno. Ò tentato di essere mandato a Roma, ma stante la nessuna gravità della mia ferita non l'ò ottenuto. Spero di essere mandato all'ospedale di Mantova, dove potremmo così stare insieme parecchi giorni. Non vi consiglio di correre subito a vedermi, perché, prima di tutto non c'è nessuna necessità e poi da un momento all'altro posso essere spostato. Anzi, quando riceverete questa mia molto probabilmente sarò a Mantova.
Prima di finire vi rassicuro ancora una volta sulla mia ferita. Una scheggia mi à passato il braccio e un'altra la gamba; ma nessuna delle due è rimasta, né à intaccato l'osso. Le ferite cominciano a cicatrizzarsi. Non ò avuto febbre, sono del massimo buon umore, e benedico la mia sorte che mi à concesso un po' di riposo dopo le tremende fatiche sopportate sul tragico altipiano. Arrivederci. Telegraferò da Mantova non appena giuntovi. Consolatevi, ché tutto è avvenuto favorevolmente a me. Ciao. Checco.

27. Cartolina

Non datata; timbro postale 16 luglio 1916.

Cari Formigari, l'altro ieri mattina sono stato chiamato in sala chirurgica dal professore che senza complimenti à cacciato le forbici nella ferita e m'à tagliato la carne per circa 5 cm. Adesso mi fanno impacchi e mi levano via via il pus che si produce nella ferita e che, a detta del dottore, era prodotto non da scheggia ma da pezzo di stoffa rimasti dentro. Dopo di ciò nessuna novità. Tanti saluti. Checco.


Ospedale militare Verona, luglio-agosto 1916.

28. Telegramma

Verona, 19 luglio 1916. Quasi completamente guarito ferite attendovi al piu presto ospedale militare Verona Formigari

29. Cartolina

Verona, 31 luglio 1916. Cari Formigari, della mia ferita niente di nuovo. Il taglio continua a emettere materia, ma in quantità minore. Certo che adesso non posso neanche muovere un passo, si puó dire; ci vorrà una quindicina di giorni perché possa ben muovere la gamba.
Oggi ho riscosso la 2a quindicina di luglio, che rimetterò a papà, Domenica. Mi raccomando che mi porti quel fascicolo giallo per cui avete fatto tanta cagnara (ricevo proprio adesso la vostra lettera) più - ci siamo - i seguenti libri: Cessi, Poesia ellenistica (Edizione Laterza); Bandello, Novelle (Edizione Sonzogno); questo ultimo libro dovete comprarlo sul Corso Umberto, alla rappresentanza della casa Sonzogno, dove vendono anche i pianoforti.
3° argomento: non parlatemi più di visita collegiale, se no sospendo la corrispondenza per tre mesi. Del resto dovete mettervi in testa che in queste faccende riesce soltanto chi à raccomandazioni. Tanti saluti. Checco.


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rev. A+ 29/01/18